RAINY NOVEMBER

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Ed è quando piove che il grigio per strada diventa mio:
sono miei i marciapiedi e l’asfalto
sono mie le ringhiere dei balconi
sono mie le facciate brutte dei palazzi intorno,
mentre aspetto in piedi alla fermata del bus
qualcuno che mi porti altrove,
che rompa lo schema dei ricordi.

Perché quando piove vorrei essere lontano
e invece resto sempre così vicino
alle giornate sotto al piumone quando stavo con te
e la pioggia tingeva di grigio il cielo intero
ma io non la vedevo, la sentivo e basta
e al caldo delle tue braccia sorridevo

Come se avessi avuto l’arcobaleno in mezzo ai denti.

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SUBURRA- LA SERIE

Roma mani infami dentro l’acquasantiera

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La suburra, dal latino sub urbe ovvero ‘sotto la città’, indica genericamente un quartiere  malfamato, quello che nell’antica Roma ospitava i bordelli e in cui si dava sfogo alle perversioni, alla dissolutezza e ai vizi. Era frequentato dal popolo ma anche dai patrizi, dai senatori, da personaggi dalla morale immacolata solo all’apparenza, che scendevano nelle strade della suburra per dare sfogo ai loro peggiori istinti. 
Non sembra una pratica tanto desueta a ben pensarci, anche se al giorno d’oggi gli affari loschi si sbrigano alla luce del sole; lo stesso che, quando illumina il profilo di Roma, restituisce l’immagine di una città dalla bellezza eterna, particolarmente abile a nascondere lo sporco sotto il tappeto, da secoli.
Perché, in fondo, la storia avanza ma si ripete sempre uguale a se stessa.

Suburra è una storia incentrata sul potere, conteso tra cosche criminali e fazioni rivali, politici, preti, il tutto raccontato sullo sfondo di una Roma immensa, quella grande bellezza celebrata da Sorrentino in grado di accoglierti a braccia aperte come una madre premurosa per poi risputarti fuori marcio, inquinato come l’acqua del Tevere, irrimediabilmente compromesso.

Se Suburra il film era il quadro completo la serie sono i bozzetti che lo anticipano, un prequel in cui si scoprono le carte e si comincia il gioco. I personaggi che fanno la prima mossa li abbiamo giù conosciuti nel lungometraggio, tra cui  Spadino e Aureliano (Numero 8), questi ultimi due interpretati dagli stessi attori (Giacomo Ferrara e Alessandro Borghi), i cui volti familiari creano una sorta di continuum tra serie e film. Si tratta di personaggi ben caratterizzati, perennemente incazzati e insoddisfatti, cinici e immaturi,  appartenenti ad ambienti diversi, frutto del retaggio di tradizioni e famiglie agli antipodi: Spadino fa parte del clan degli zingari ed è un ragazzino sprezzante, fastidioso e borioso, destinato a seguire le orme del suo clan al quale non si sente per niente affine mentre Aureliano  è un ragazzo duro all’apparenza, irruento e istintivo ma con carenze affettive evidenti, per colpa delle quali prende decisioni avventate e si scontra di continuo con la famiglia. A loro si aggiunge Gabriele, ragazzo dal faccino pulito dedito allo spaccio e all’organizzazione di festini a base di droga e prostitute, che rappresenta la media borghesia attratta dal brivido dell’illegalità e dei soldi facili. Alle loro spalle, come un burattinaio silenzioso, Samurai tira i fili muovendo la maggior parte delle pedine sulla scacchiera.

A mio parere la serie regge bene il paragone con il film in termini di regia e recitazione, forse gli manca solo la favolosa colonna sonora firmata dagli M83 che nel film hanno accompagnato magistralmente i momenti più intensi, regalando il giusto pathos a scene che, anche senza parole, erano in grado di piantarti un cazzotto ben assestato nello stomaco.
Non si può però non rendere merito alla canzone finale del Piotta e il Muro del Canto, 7 Vizi Capitale, un vero gioiellino che racconta Roma molto meglio di come farebbe un’istantanea.
In sintesi, Suburra è una serie che si dimostra molto più che godibile, intrisa di una poesia decadente composta da rime crude e versi sbavati, sgocciolanti, come sangue fresco che scorre tra i sampietrini.

VOTO: 7

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FUTILE

zzz

Non essere mai una persona che si scansa, diceva mia Nonna.
Per lei era facile, quando era giovane erano gli altri a scansarsi per farla passare e non si è mai dovuta appiccicare con le spalle al muro per cercare di scomparire e scrollarsi gli sguardi di dosso. Non ha mai fatto da tappezzeria né è stata mai additata come sfigata, non sono nemmeno sicuro esistesse questa parola ai suoi tempi. 

Oggi se non ti scansi ti schiacciano, volevo risponderle, ma alla fine tacevo.

Alla Nonna non piaceva la gente senza spina dorsale eppure mi voleva bene, nonostante sapesse che scansarmi era il mio passatempo preferito: mi scansavo per strada, a scuola, talvolta senza nemmeno rendermene conto, fino a diventare invisibile. 
Avrei tanto voluto esserlo, così avrei finalmente camminato al centro del marciapiede invece che sul ciglio della strada.

La Nonna non poteva sapere quanto fosse difficile vivere e sopportare la gente, specie quando tutti si sentono dei giganti col diritto di schiacciarti come fossi uno scarafaggio. Un po’, in fondo, poteva immaginarlo, come quando tornavo a casa con un livido in più e mentivo dicendo di essere caduto in palestra. 
La Nonna non beveva le mie bugie ma in compenso si scolava un bicchiere di rosso ogni sera e quando diventava alticcia mi raccontava di come, ai suoi tempi, la vita era più bella: non faticavo a crederci e sapevo che le dispiaceva vedermi barcamenare ogni giorno in una vita che di bello aveva ben poco, così mi lanciava il suo monito.
Non essere mai una persona che si scansa.

A distanza di anni, Nonna è andata via da un pezzo e tante cose sono cambiate, tranne me.
Essere più alto e più forte non mi ha impedito di continuare a scansarmi. 

ASCOLTA CON ME: OH HIROSHIMA- HOLDING RIVERS

 

DUCKTALES-REEBOT

Qua la vita a Paperopoli è ancora un gran sballo…

 

ducktales-2017-reboot-trailer

…anche se dovete dimenticare l’iconica collina verde su cui sorgeva il famoso deposito di Paperon De’ Paperoni e accettare l’idea che Paperopoli oggi è diventata una città sul mare, tanto che il Deposito adesso svetta al sicuro su di un isolotto. In più, sarete sicuramente felici di dare il benvenuto a Paperino, grande desaparecido delle vecchie stagioni che all’epoca, dopo aver scaricato i nipotini dal vecchio e burbero zio, esce di scena senza troppi complimenti. In questo reboot di Ducktales, invece, Paperino diventa uno dei protagonisti: goffo, simpatico e dal cuore d’oro, si stabilisce con la sua barchetta nella piscina della villa De Paperoni mentre i nipotini scorazzano a piede libero tra le misteriose stanze della magione.  Zio Paperone resta il vecchio burbero avaro di sempre anche se il tempo ha smussato i suoi difetti, rispolverando la sua indole da avventuriero che lo avvicina inevitabilmente ai ben più giovani nipoti.

Oltre alle avventure che si susseguono di puntata in puntata, questo reboot pare avere un filo conduttore, ovvero l’identità di Della Duck, madre di Qui Quo e Qua e sorella di Paperino, avventuriera dal passato oscuro e apparentemente scomparsa nel nulla. I tre nipotini indagheranno con l’aiuto della famosa Gaia, paperetta tutto pepe dotata di una strabiliante fantasia.  

Indubbiamente l’aspetto migliore di questo nuovo Ducktales sono proprio i personaggi, svecchiati dei loro caratteri un po’ piatti e monocorde e tratteggiati più a fondo, accompagnati da sfumature interessanti: Qui, Quo e Qua non sono più tre paperetti lagnosi  coi cappelli di colore diverso e sviluppano caratteristiche che a me hanno ricordato la loro versione adolescente in Quack Pack.  Zio Paperone vanta un carattere frizzante e brioso e qualsiasi occasione è buona per ricordare le sue imprese avventurose del passato, a cui guarda con un misto di nostalgia e affetto.  E poi, puntata dopo puntata, si incontrano le versioni 2.0 dei personaggi che da bambini abbiamo amato, scoprendo la nuova versione bonacciona e forzuta della Tata, la sempre più cattiva Banda Bassotti, un Archimede Pitagorico che sembra un radical chic risvoltinato amante delle apericene (buh).

Una puntata di Ducktales dura soltanto venti minuti ma possiede la straordinaria capacità di coinvolgere lo spettatore incantandolo con un mondo che, nonostante si sia inevitabilmente trasformato, è in grado di riportare indietro di anni, a quei pomeriggi in cui si guardavano gli episodi in tv (non c’era ancora internet; lo streaming poi, nessuno avrebbe potuto prevederlo) e mi vengono in mente i Fruttolo verdi alla pera per merenda, la compagnia di mio fratello, mia madre che prepara la cena in cucina.
Ok, scusate, mi sto commuovendo.

Questo reboot si propone di svecchiare delle storie fantastiche in ottica più fresca e giovanile, a partire dai disegni meno precisi ma dallo stile accattivante, da un’animazione scattante e dinamica che si rivolge a un pubblico giovane ma non infantile, strizzando l’occhio a quegli stessi spettatori che erano bambini e ora sono ragazzi di quasi 30 anni che il sabato sera ordinano una pizza su Just Eat, divorando puntate su puntate di cartoni animati solo per il gusto di tornare indietro a tempi ben più felici di quelli attuali.
Consigliato se volete concedervi un tuffo nel passato e guardare qualcosa di leggero e divertente, una storia condita da misteri, avventure, situazioni al limite del paradossale e piccoli sketch che fanno ridere e sorridere, spesso e con inaspettata facilità.

VOTO: 7 e mezzo

Qual era il vostro personaggio preferito da bambini?Io amavo troppo Robopap/Fenton Paperconchiglia, se fossi stata una paperetta adolescente mi sarei follemente innamorata di lui.
LOL.
Spero solo che non abbiano deciso di trasformarlo in un hipster mestruato 😦

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GIUSTO IL TEMPO DI UN CAFFÈ

Indosserò un cappotto dal taglio elegante e i bottoni grandi, di quelli che arrivano alla vita e si stringono appena all’altezza della cintura, per evidenziare i fianchi. Non sarà nero come al solito, giuro, punterò su un colore vivace e allegro, un colore che sfida l’inverno e le temperature rigide e afferma a gran voce che sto bene, che mi sento splendida splendente. Porterò i capelli sciolti lungo la schiena e saranno vaporosi, profumati, dalla piega ancora fresca; avrò indosso gli occhiali da sole e mi truccherò giusto un poco, un velo di ombretto e una passata di mascara per mettere in risalto gli occhi , perché ce li ho grandi e puliti e ho il sospetto che tu non li abbia davvero mai notati. 
Ah, ovviamente aggiungerò anche un tocco di blush sulle guance perché in caso dovessi arrossire, beh, non voglio che tu te ne accorga.

Sarò spiritosa, brillante, simpatica, ironica e nel tempo di un solo caffè ti farò conoscere la vera me, quella che non hai mai conosciuto e di cui ignori l’esistenza. Ordinerò un caffè macchiato e girerò una sigaretta di tabacco, guardandoti fisso negli occhi nel momento in cui passerò la lingua sulla colla della cartina e chissà se a quel punto arrossirai tu, al ricordo di quella stessa lingua che ti sfiora, esperta, dopo che tu stesso le hai insegnato come muoversi. 

Cercherò di parlare abbastanza ma non troppo, per non sembrare nervosa; nemmeno troppo poco però, perché non mi va che pensi la tua presenza mi intimidisca.  Sembra un discorso facile ma invece è difficile da mettere in pratica, d’altronde sono dieci anni che non ti vedo. 
Mi chiedo cosa penserai del mio cappotto giallo limone (ho deciso che sarà giallo limone, lo trovo un colore così solare), della luce del giorno che riempie  incredibilmente le mie iridi marrone scuro di riflessi verdi.  Cercherò di capire dai tuoi gesti cosa provi, cosa senti, ma tu sarai  enigmatico, sulle tue, riderai quando c’è da ridere solo per qualche secondo e poi tornerai serio, con le labbra imbronciate piegate all’ingiù. Girerai la tua sigaretta con gesti secchi e veloci, non vedrò nemmeno una punta di lingua.

Mi dirai che va tutto bene, che è tutto uguale, come se non fosse cambiato niente. Ti presenterai coi soliti jeans larghi, il giubbotto col cappuccio e la felpa sotto, che copre i tuoi discutibili tatuaggi. Sembrerai ancora un ragazzino ai miei occhi.
Prenderai un caffè nero senza zucchero, amarissimo, come facevi quando stavi con me. E, proprio come allora, non mi darai nemmeno la soddisfazione di vederti felice di rincontrarci, di sapere che sto bene, che sono ancora viva…niente di niente. Alla fine di un caffè durato troppo poco penserò che non meriti i miei occhi grandi né il mio cappotto allegro scelto per l’occasione, che dieci anni durano una vita ma sono pochi, troppo, per dimenticare come, per colpa tua, adesso devo vestire il mio cuore spezzato con un cappotto giallo limone. 

tnz

 

VUOTO A PERDERE

Quando te ne vai non lasci un vuoto
ma una forma
che ti assomiglia
e che riempie a modo suo
una casa dentro cui non c’è più niente.

Strati di polvere lascerò accumulare
sopra le mensole,
sui vetri delle foto
e resterà tutto dov’è finché a Natale
scoprirò che senza te non c’è più festa.

Le foglie danzano fuori la mia finestra
e spesso mi chiedo quanto pesi la tua assenza
ma in fondo è nulla,
leggera come aria sporca
che mi intossica e occlude tutto
e invade occhi, anima e cervello. 

ASCOLTA CON ME: DAUGHTER-MEDICINE

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PRATO FIORITO

È paradossale 
quanto io ti abbia guarito
e quanto tu mi abbia fatto male.

Non mi resta che sfogliare le pagine
di un libro aperto come vecchie ferite
e mi pare d’essere tornata da una guerra,
senza onore,
come se il tuo amore infelice mi avesse lasciata
sprovvista di un pezzo di cuore.

 

ASCOLTA CON ME:
GOD IS AN ASTRONAUT- Echoes

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