CHIO’

 

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Ricordo bene nonna, delicata figurina ripiegata sulla poltrona, il viso scarno e le guance scavate ma un guizzo prepotente di gioia nello sguardo quando entravamo noi nipoti dalla porta e la destavamo dal torpore del camino, durante quei pigri pomeriggi in cui sonnecchiava con in sottofondo Rete4 e le sue soap opera senza trama, senza fine. 

Nonna indossava un paio di occhiali cerchiati in madreperla troppo grandi per quel visetto minuscolo, sembravano pesare un quintale al punto da appesantire la testa, che teneva spesso bassa sulle parole crociate; era un passatempo a cui si dedicava volentieri nonostante le diottrie mancanti e le mani tremule, lei che aveva una scrittura stanca e tutta dritta, composta da segmenti spezzettati che non conoscevano curve e arrotondamenti, solo angoli retti e incastri aguzzi.

Da giovane era molto bella, diceva mio padre, ma io ho visto solo una foto di nonna da ragazza, una fototessera in bianco e nero che ritraeva una donnicciola minuta e con i capelli color carbone, un viso pulito e gentile tipico delle persone semplici, riconoscenti nei confronti della vita che, nel primo dopoguerra, di certo non era stata clemente. Il mio ricordo di lei è stato sempre a colori, i colori pastello dei maglioncini che indossava, del grembiule -o zinale, come lo chiamiamo da queste parti- che indossava quasi sempre, ed era di un rosso acceso, sempre pulito, stirato.

La ricorderò sempre con le parole crociate tra le mani, che completava con una certa scioltezza nonostante ci volesse tempo e attenzione per riempire le caselle di lettere incerte e affilate, segnate da un tratto marcato, l’inchiostro sbavato sulla carta ruvida. 

La ricorderò seduta sulla poltrona che era appartenuta al nonno fin quando un giorno, rimasta sola, ci si era seduta lei per la prima volta dopo anni. Chissà se gli mancava il marito, se era più sollevata o preoccupata dal pensiero della solitudine che aleggiava intorno a lei come una sottile, invisibile presenza. Chissà se ha mai avuto paura di qualcosa, chiusa dentro la casa solitaria e grande e vuota, con l’eco lungo le scale e le finestre che davano sulla campagna arsa dal sole d’estate, frustata dal gelo d’inverno.

La ricorderò sempre con una dolcezza languida quella mia piccola nonna che portava addosso l’odore di caramella Rossana, delle erbe aromatiche, con lo zinale impregnato degli aromi della cucina, i vapori delle pentole sul fuoco, della vecchiaia mite, vissuta con estremo riserbo, lo stesso con cui è morta una mattina a seguito di un banale ricovero in ospedale, quando era stata visitata per un problema al piede e non si sa come ne era uscita svuotata della vita, con lo stomaco perforato. Troppe medicine, troppi malanni, troppa riservatezza in quella donna così discreta, che pur di non disturbare i figli e allarmare i nipoti si era sempre tenuta stretta gli acciacchi, i dolori fisici e mentali, i fastidi i pruriti i problemi le angosce le incertezze.

La ricordo silenziosa mia nonna ma con noi nipoti parlava un sacco fino a farsi seccare la lingua, con il suo dialetto allegro e i gesti ampi, gli abbracci morbidi, i baci mezzi sdentati. Mi chiamava Chio’ e  nessuno ha mai saputo se esistesse una parola italiana in grado di spiegare il significato di quello strambo vezzeggiativo.

Ora sono io a chiamarla così, a infilare questo nomigliolo nelle preghiere, nei saluti che rivolgo alla sua tomba bianca dove deposito sempre una rosa in procinto di schiudere, riservata come era lei ma altrettanto nobile, delicata, inconsapevolmente bella, che infilo nel vaso in compagnia degli altri fiori e osservo scivolare nel mazzo per non farsi notare.

Per non far sfigurare gli altri, per tenersi stretta la sua unicità. Per essere leggera e non pesare, per entrare e uscire dalla vita altrui in punta di piedi, come una piuma. 

Chio’ era fatta così.

 

ASCOLTA CON ME: Sia- Lullaby 

Autore: candidanoise

Arrivo, sto scomoda e me ne vado

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