LEAVE BEHIND

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Io non credo all’eterno.
Nel senso, non credo che i sentimenti siano immutabili, ecco, che l’amore duri anni, decadi e rimanga nonostante tutto, oltre la vita e la morte e leggi dell’universo e l’ordine e il caos. Sono una persona pragmatica, sempre stata. Sin da bambina ero quella che organizza, che schedula, che si prepara i discorsi -e poi puntualmente non riesce a parlare-, scrivo per non dimenticare, l’eterno non esiste a meno che non rendi tangibile sotto forma di parole, a meno che non fissi le emozioni su carta fotografica o su quella bianca di una lettera, un romanzo, un lascito.

Scrivo le password nel bloc notes, ho tre agende nella borsa e un diario segreto. Credo nella persistenza della memoria, la mia non fa quasi mai cilecca e mi perdo dentro ricordi nitidi come specchi d’acqua.
Non ho mai creduto nell’eterno ma dopo tredici anni insieme ero convinta avesse il suo volto, la forma delle stanze di casa nostra. Sua, casa sua. Io pagavo la mia quota di affitto ma la casa apparteneva alla sua famiglia, i lavori di ristrutturazione li aveva pagati lui, era stato lui ad arredare le stanze e a lasciare le pareti bianche: non un quadro, non un suppellettile, solo libri sugli scaffali e un muro bianco che serviva per il proiettore.

Per qualche anno la mia idea dell’eterno è stata un muro bianco e la sua schiena mentre preparava la carbonara il giovedì sera, il ragù la domenica a pranzo. Mi è sempre piaciuto schedulare, appuntare, organizzare. Fin quando la routine ha iniziato a soffocarmi, a soffocarci, e io dopo tredici anni con lui sono rimasta sola. Lui si è tenuto la casa con le mura bianche che io detestavo, eppure non ho mai trovato il coraggio di dirglielo.

Ho preparato discorsi su discorsi, lettere su lettere, e nessuna parlava di lui. Parlavo della persona che ero stata prima, o mentre stavamo insieme i primi anni, che a un certo punto è scomparsa chissà dove. E mi mancava. E mi mancavano le persone che c’erano prima di lui, con cui avevo provato una gamma di emozioni diverse dalla sicurezza, dalla costanza, dalla protezione e l’affidabilità. Pensavo spesso ai salti nel vuoto, alla paura che ti condanna al suolo, ma anche alla sensazione di libertà quando alla fine ti lasci andare e precipiti, finché si apre il paracadute e la discesa diventa dolce e sicura.

Lui non si è ritrovato nei miei scritti, ci è rimasto male.
Io non mi sono ritrovata più nei suoi sorrisi, nei suoi occhi, nei suoi discorsi, nella sua casa, per anni.
E non ho aperto bocca, mai.

QUARANTENA

Finalmente abbiamo capito quanto siamo stronzi

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Eravamo abituati alla bella vita. Al benessere, alla futilità, ai rapporti usa e getta, ai sorrisi di circostanza. Le nostre relazioni erano fragili, le lasciavamo crollare preoccupandoci solo di metterci in salvo prima dell’altro, non ci importava di seminare dolore dietro di noi, il rimorso durava poco. Il senso di colpa inesistente. Pentimento: non pervenuto.

Non facevamo più figli perché egoisti, a trent’anni ci sentivamo ancora Peter Pan, a quaranta vivevamo una seconda adolescenza e si iniziava a recuperare il tempo perduto con matrimoni, gravidanze, oppure fuggendo lontano per dimenticare gli anni sprecati, lo stress del lavoro e della routine, le città gonfie di smog.
Vivevamo alla giornata, programmare l’esistenza era considerata una pratica antiquata, apparteneva ai nostri genitori e ancor più ai nostri nonni, noi eravamo liberi dalle costrizioni sociali e dagli impegni.

Volevamo sentirci padroni del nostro tempo, legittimati a rompere gli schemi sociali, distruggere le fondamenta degli ultimi baluardi rimasti in piedi: procrea, trovati un lavoro con contratto a tempo indeterminato, fatti una famiglia, paga le tasse e accontentati di un appartamento in periferia, di un’auto usata, di una vacanza l’anno e tanti week end fuori porta da documentare su Instagram, per dare al mondo l’illusione che te la stai spassando.

Non ci divertivamo davvero, facevamo aperitivo il sabato sera con gente che il resto della settimana ci stava sul cazzo e odiavamo in segreto. Andavamo in palestra perché ci andavano tutti, perché l’estate bisognava riempire i social di foto in costume, guarda che muscoli, faccio crossfit e corro tutti i giorni, mangio sano, mi prendo cura di me stesso. Però di notte, da soli e lontani dai social eravamo tutti depressi e tristi e insoddisfatti, pieni di vizi e segreti.

Non riuscivamo a tenerci strette le persone, dopo anni di storia e convivenza ci riscoprivamo ancora affamati del mondo, troppo giovani per accontentarci: all’amore vero e duraturo preferivamo le avventure elettrizzanti di pochi mesi, il gesto meccanico con cui scorrevamo i profili su Tinder come fosse un catalogo di mobili Ikea, chattavamo con sconosciuti, ci illudevamo di entrare in sintonia. Ci si conosceva, si parlava in chat e poi ci si incontrava, si scopava. Durava qualche mese ed era divertente, eccitante, ci faceva sentire vivi. Poi finiva tutto e si ricominciava nella ricerca spasmodica dell’amore che non conoscevamo, perché l’esempio dei nostri nonni era fuori tempo, l’ennesimo schema rigido da scardinare.

Non abbiamo mai davvero saputo cosa stracazzo volevamo.
Non ci siamo mai resi conto di quanta libertà avessimo, di quanto fossimo fortunati, fin quando un giorno ci siamo ritrovati chiusi dentro casa, alle prese con una minaccia invisibile che mieteva vittime, e ci ha costretto a vivere con una mascherina sulla faccia e i guanti di lattice alle mani. Abbiamo iniziato a capire, durante la quarantena, quanto siamo stati coglioni. Affacciati dai balconi cantavamo cercando di esorcizzare la morte e la paura ma non era cambiato nulla: finiti i flash mob, gli applausi, le chiamate su skype, eccoci di nuovo alle prese con noi stessi e con il terrore di affrontare un futuro in cui tutto ciò che avevamo prima non sarebbe tornato uguale a come lo ricordavamo.
Abbiamo paura e non possiamo più abbracciarci.
Ce lo ricorderemo quando tutto sarà finito?

Lonely Saturday

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Gli bruciava la pelle in profondità, dove il sangue rovente scaldava i palmi delle mani, le guance, non era più al sicuro nel suo involucro, le ossa volevano schizzare via. Come si fa a sedare il bisogno di perdere aderenza col suolo, scollarsi e volare via sospinto da un alito di vento, come peluria di tarassaco dissolta nell’aria, libera di andare dove vuole?

Come si spegne l’urgenza di scomparire, di mettere a tacere la coscienza, i rimpianti che inquinano i ricordi, quando il fumo non basta più e non c’è sostanza chimica a fare da interruttore anche solo per qualche ora, il tempo di dormire, resettare, rifiatare.

Seduto sulla panchina di ferro guardava il desolante panorama della periferia, il profilo squadrato del centro commerciale in lontananza, la coltre di smog all’orizzonte che ingoiava il sole come una pasticca. Sullo sfondo di un paesaggio dominato dalla bruttezza nella sua forma più becera il pensiero andava a lei, una cosa bella capitata per puro caso e perduta per paura di stringere la presa, come quando si allenava in palestra e la corda gli segava il palmo delle mani nel mezzo, nonostante i guanti. Sanguinava e stava zitto, stringeva i denti, restava appeso come uno stronzo. La corda la stringeva, le persone invece no. 

Sperava che la notte,  scivolando come una compassionevole carezza sui palazzi del circondario, realizzasse il suo desiderio di uscire dalla crisalide avvizzita del suo stesso corpo fino a trasformarlo in piuma, così da osservarsi dall’alto e scoprire come appariva davvero, da fuori; un fisico muscoloso, irrobustito a suon di pesi e trazioni, ma dentro era ancora un bambino incapace di proteggersi, l’animo scavato da crepe insanabili.

Leggero come polvere di tarassaco, così voleva sentirsi. 

E invece annegava pesante e impreparato dentro la melma oscura della sua esistenza al margine, trascinato dalla forza di attrazione di un buco nero al centro esatto del torace, che negli anni gli aveva inghiottito il cuore. Non sarebbe mai venuto fuori dal vuoto cosmico dentro cui esisteva e lei, lei che avrebbe potuto tendergli una mano, ora portava la sua presenza benefica altrove. 
Ora non restava che immaginarla mentre gli sorrideva da lontano, apriva la mano e soffiava sul palmo, disperdendo nell’atmosfera il ricordo breve ma intenso di loro due rimasto senza spazio né tempo. 

ASCOLTA CON ME: The Fray – Corners

FINE.

Non mi ha mai capita, è questa l’amara verità con cui adesso mi trovo a scendere a patti. 

Ero io la scrittrice, quella che con l’ispirazione crea storie fantasiose, eppure eri sempre tu a costruire drammi mentali degni del premio Oscar: Oscar alla migliore pippa mentale senza copione, non scritta perché razionalmente parlando come la spieghi una sega a due mani al cervello, se non ricorrendo a un calendario zeppo di bestemmie?

Hai rovinato me, e te, per colpa di quel tuo cervello fatto di ingranaggi scricchiolanti e del tuo cuore rattrappito, che se solo avessi potuto gli avrei dato una stirata come facevo con le tue camicie e le lenzuola del letto che una volta era nostro e adesso chissà di chi è: dicevi che non avresti mai dimenticato il mio odore e invece scommetto che è svanito insieme a tutto il resto, che lo dimenticherai come hai dimenticato chi ero, chi sono, facendo affidamento su storie mai raccontate, coni d’ombra e specchi rotti dentro cui hai trovato un riflesso che non era mio, ma della tua ancestrale paura dell’amore. 
Eppure sei tu che mi hai scelta. Mi hai amata, così dicevi. 

Non si ama un fiore a cui stacchi i petali e sottrai la luce del sole, non mi hai mai capita quando stavo in disparte e scrivevo, scrivevo perché anche io dovevo evadere e trovare tuo riflesso sul cristallo invece che su un vetro sporco, attraversato dai graffi. Scrivevo pensando al raggio di sole che la tua ombra mi impediva di incontrare, perché la tua enorme sagoma grigia mi soffocava e io fingevo fosse la stanchezza, minimizzavo, e invece stavo sfiorendo. 

Sono sfiorita diventando brutta, tu mi hai lasciata. Nessun colpo di scena, tutto nella norma. Non ci sono mai state le montagne russe, le desideravi così tanto e neanche ti piacevano, e invece abbiamo vinto l’Oscar per la trama banale e il finale già visto. Valigia, scatoloni, lacrime che lasciano il tempo che trovano, voltare pagina senza poter più rileggere l’inizio del libro, pazienza, il tempo porterà la polvere sui ricordi e su di noi. Non resterà nulla, forse perché nulla è stato.

Spero troverai qualcuna che sia brava a masturbarti il cervello, e magari ti stiri il cuore come le camicie. 

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FLUIRE

Come acqua giù dal dirupo scosceso, dalla cima della montagna fino a valle che si schianta in un suicidio coreografo da schiuma gorgogliante e vapori fluttuanti come nastri. Accarezzare la roccia con ostinazione per giorni, settimane, anni e decadi, e secoli, fino a levigata e consumarla e trasformarla in qualcosa di malleabile, spogliata della sua primordiale durezza.

Fluire, come l’onda su cui il surfer si arrampica volteggiando in equilibrio sulla tavola accarezzando la spuma che lo insegue per divorarlo, e invece lo accompagna gentilmente a riva. Come la pioggia battente di fine novembre che scivola nei tombini, gocciola sulle foglie avvizzite degli alberi di questa città sempre soffocata da qualcosa, sempre in pericolo di vita, fragile ecosistema alla mercé delle bizze della natura.

Fluire.

Fottersene come fa l’acqua nelle sue svariate forme, che si fa leggera e poi pesante, che abbatte con furia le coste ma al contempo accarezza i fiori con tocco materno quando si trasforma in rugiada, inconsistente ma tangibile, temprata dal tempo dagli agenti chimici dalle leggi della fisica e dal volere divino, dal mutare delle stagioni.

Fluire.
Come le lacrime che ingoio e torneranno nuove dentro gli occhi o non torneranno più, o se torneranno, saranno sempre diverse da ciò che sono state, mutevoli anche esse come acqua che diventa pioggia, come rugiada e spuma dell onda e temporale autunnale e neve sciolta e carezza gentile e caparbia che dissolve la pietra e si lascia bere, docile, tra le dita.

ASCOLTA CON ME: ”Pierrot the clown” -Placebo 

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COSI TI ABITUI

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Al percorso che fai ogni mattina per andare a lavoro, alle buche delle strade che ti fanno sobbalzare mentre, stretta in mezzo a sconosciuti che puzzano di sudore e tabacco, cerchi di non cadere o non sbattere la faccia sulla porta del bus.


Ti abitui ai semafori che non scattano mai, alle code, agli odori delle strade al mattino, in bilico tra immondizia e aroma di cornetto e cappuccino. Ti abitui alla vita degli altri che è fluida e scorre fuori dal finestrino mentre la tua sembra così statica, quasi ferma, va a finire che lo è stata davvero e nemmeno te ne sei accorta. Solo che adesso, oggi, sai che all’uscita da lavoro ti aspettano scatole imballate con dentro le tue cose, traslocare per l’ennesima volta in una casa che non sentirai tua, nessuna casa lo è stata, e continui a sognare il momento in cui ce l’avrai.
E intanto ti abitui all’idea che la tua scatola, quella  dentro cui ti ti rifugiavi, si sta sfaldando, cartone sciolto dalla pioggia: è tempo di cambiare abitudini, cambiare pelle, di nuovo. 
Vietato abituarsi, osservare la vita altrui oltre un vetro e pensare che tu non hai nulla da spartire con la gente o con le strade di una Roma sfranta, piena di acciacchi e immondizia e tombini. La città ti somiglia, è grigia e sporca e devastata quando la osservi ad altezza occhi, ma basta sollevare lo sguardo e la bellezza la ritrovi lì, nelle cupole stagliate contro il cielo, nel pallido embrione dell’arcobaleno. 
Alzi la testa, anche se ci vuole coraggio. 
E alla fine ti riscopri bella. 

NONNOSTRONZO

Ogni tanto m’innamoro e dura n’attimo

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25/02/2016

Dovete sapè che lavoricchio ogni tanto in un posto in cui sto dietro a un vetro e a na scrivania, in sostanza a non fa n’cazzo ma in realtà c’ha un cartello appeso sulla capoccia dove ce sta scritto INFOPOINT (per chi non mastica l’inglese=infopoint).

Spesso faccio conoscenza co dei tizi assurdi, abietti o ubriachi o ridicoli ma pure co certe teste de carciofo che te fanno dubità dell’efficacia dell’istruzione pubblica. Comunque. Un giorno stavo a cazzeggià col tablet perché m’annoiavo e ce stava il deserto del Gobi dietro al vetro e così non m’accorgo di un vecchio che inizia a bussarme.

Sto vecchio è proprio il classico vecchio, de quelli pelati co la lanugine e la macchia marrone in testa, tutto cascante, che pare un segugio co la faccetta da cazzo: era proprio fatto così, pareva un po’ il vecchio de Leone il cane fifone.

Alché parte l’illuminante conversazione:
vecchio: <<Disturbo?Staddormì?>>
Io penso sì guarda, ho interrotto il sogno che stavo a fa dentro al letto mio pe finirlo qua, me so fleshata che sul finale gratto e vinco un trilione di euri.
Io: <<Ma che dice, prego>>

Il vecchio vuole un’informazione discutibile, io je rispondo co na certa cortesia. Poi fa: <<Ma come se chiama lei signorì?>>
Da là ho capito che c’era del feeling, un’armonia tra cariatidi che se riconoscono a distanza, se fiutano, colgono lo stesso odore di decadenza e voglia di sbattersi zero perché tanto sta vita ha rotto i coglioni e la morte è meglio sicuro.

Io: <<Mi chiamo Candida>>
Vecchio: <<i genitori tuoi te volevano male me sa>>
io: <<perché?Come avrei dovuto chiamarmi?>>
Vecchio: <<e che ne so io, è il nome de na malattia venerea, essù…Valeria era meglio. Che fa, studia?>>
io: <<ho finito di studiare, sono laureata in lettere>>
Vecchio: <<bella laurea, ottima pe sta qua a non fa n’cazzo>>

Se fossi stata sua coetanea j’avrei chiesto de sposamme e limonà duro dentiera contro dentiera ma purtroppo c’avemo cinquant’anni di differenza e a me piacciono solo i vecchi rinchiusi in involucri giovani e prestanti. Intanto la collega mia affianco se sbragava, cercando de capì se ero più imbarazzante io a darje retta o il vecchio a fa lo stronzo aggratis.

Io je chiedo come si chiama, comunque.
Vecchio: <<Giacomo>>
Io: <<oh, come mio fratello!>>
Vecchio: <<lui che studia?>>
io: <<giurisprudenza>>
Vecchio: <<aeeee eccone n’altro che non fa un cazzo>>
Io sono capitolata definitivamente davanti al suo fascino e la collega mia s’è ingoiata un dente dal ride.

Giacomo me fa l’occhietto e me ringrazia pe’ l’informazione de prima, poi s’allontana attraverso l’androne pe’ sparì come na visione mistica oltre le porte a vetro, co la pelata sbrilluccicante al sole tipo Mastro Lindo.

Se mai dovesse esiste l’omo della mia vita quando sarò na vecchia rincojonita amante della canasta vojo uno come Giacomo Lo Stronzo, sappiatelo.
E comunque, volete sapè qual era l’informazione?
<<Ma perché ve mettono dietro a sto vetro?Pare de sta al rettilario del bioparco>>
Nonnostronzo Ti Amo.