IL GGG – IL GRANDE GIGANTE GENTILE

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Quando ho saputo che Spielberg avrebbe diretto il GGG per poco non festeggiavo stappando una bottiglia di Sciroppio Scoppiettante. Sono cresciuta con le storie di Roald Dahl (rigorosamente pubblicate nella collana de Gli Istrici, quelli con la copertina gialla e le bellissime illustrazioni di Quentin Blake) ed ero completamente innamorata delle sue favole popolate da giganti semi analfabeti, bambine magiche, streghe e fabbriche di cioccolato di Willy Wonka. L’emozione davanti alla notizia era tanta, lo ammetto; se c’è un sapore che amo sopra ogni altro è quello dei ricordi d’infanzia, così dolci e innocenti, che custodisco gelosamente e guai a chi me li sporca.

Peccato che, nel frattempo, sono irrimediabilmente cresciuta.
Spielberg confeziona un film bellissimo, visivamente parlando, ma assolutamente sterile per quanto riguarda il versante emotivo. Non che nel GGG ci fosse granché da commuoversi, a dir la verità: si tratta di giganti mangiabambini che trascorrono le loro giornate andando a caccia e torturando il Gigante Gentile che è piccolo e intelligente e invece di mangiare i bambini preferisce soffiare i sogni dalle finestre delle loro case. 

Una notte in cui Sofia non riesce a dormire si affaccia dalla finestra della sua stanza in orfanotrofio e lo scopre: il GGG è costretto a rapirla per portarla con sé nel mondo dei giganti, dove dovrà vegliare su di lei per evitare che i cattivi se la pappino in un boccone solo manco fosse uno snack.
Qui Sofia e il GGG metteranno a punto un piano per eliminare gli altri giganti usando i sogni catturati da quest’ultimo e coinvolgendo nientepopodimeno che la Regina di Inghilterra, in un crescendo di assurdità che strizzano l’occhio a elementi infantili come lo sciroppo che provoca peti, i cetrionzoli puzzolenti, la stramba parlata del GGG che confonde le lettere delle parole (umile servitore diventa umido servitore, essere umano invece essere urbano).

Cosa ci si aspetta da una storia per bambini, d’altronde?
Vedere uno dei libri della mia infanzia trasposto sullo schermo di un cinema, però, non mi aveva mai lasciata così perplessa, facendomi giungere alla conclusione che alcune volte sarebbe meglio lasciare su carta quello che non si può rendere in altro modo (vedi La solitudine de numeri primi….), a meno che non si voglia cogliere il pretesto di una storia fantastica soltanto per stupire con gli effetti speciali.
E Spielberg, furbo, ha fatto esattamente questo.
Si poteva cambiare qualcosa nei dialoghi e senza dubbio alcuno si potevano caratterizzare meglio i personaggi: non è che se parliamo di un gigante con le orecchie enormi e a sventola che soffia sogni allora possiamo risparmiare sulle sfumature concedendogli solo una valigia e una tromba fuori misura.
La scena con l’albero nel lago attorno a cui svolazzano i sogni sottoforma di luci colorate vale tutto il film, senza dubbio, ma ai fini della storia è particolarmente inutile ed è servita soltanto per tirare fuori almeno un WOW da parte della critica che, altrimenti, avrebbe tirato giusto un paio di pomodori.

VOTO: 5emezzo
CONSIGLIATO: solo se siete tra gli 8 e i 10 anni, perché a 11 magari avete smesso da un pezzo di ridere con le scoregge
LO SAPEVATE? Roald Dahl ha invitato la lingua del GGG chiamandola Gobblefunk, una lingua simile all’inglese mescolata a parole assurde

GGG TRAILER ITA
Non fatevi illudere dal trailer, a me vennero le lacrime agli occhi quando l’ho visto 😦
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ANIMALI NOTTURNI

 

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Quante volte un uomo romantico viene considerato debole?è ciò che Susan pensa di Edward, aspirante scrittore, quando lei invece è una ricca donna affermata nel mondo dell’arte, a cui sua madre ha sempre consigliato di sposare un suo pari convinta che il potere (non solo quello economico) sia la ricetta segreta di un matrimonio felice.
Prima che il suo romanzo venga finalmente pubblicato, Edward invia una copia all’infelice e insonne Susan, scombussolando la sua mente pagina dopo pagina.
Il romanzo si intitola Animali Notturni ed è una storia cruda che parla di stupri, violenza gratuita ai danni di innocenti, ingiustizia. È il calvario di un uomo incapace di difendere moglie e figlia dalla cattiveria del mondo e preferisce nascondersi piuttosto che combattere.
Divorato dal rimorso il protagonista va alla ricerca della vendetta il cui proposito non è abbastanza forte per concretizzarsi.

E nel frattempo lei, Susan, ripensa ai motivi del divorzio, al marito che ha amato più di ogni altro al mondo ma a cui non ha mai perdonato l’assenza di fiducia nelle proprie capacità, contrapposta al cinismo di lei che finisce col lasciarlo per un altro e a sopportare la solitudine di un enorme casa vuota quando lui viaggia per lavoro e, forse, la tradisce.

È una storia che, credo, chi scrive capisce più di chiunque altro: il dolore diventa lo scheletro che regge in piedi la trama, l’inchiostro che anima le pagine, il sonno perso davanti al foglio alla ricerca dell’ispirazione.
L’autore, genericamente parlando, racconta quasi sempre di se stesso, spinto da una sorta di egocentrismo intrinseco: si trasforma spesso in un deus ex machina, in un superuomo infallibile che si riprende la vita e gli affetti in una dimensione parallela alla vita vera in cui tutto è concesso, anche rimediare ai propri errori.
Edward non fa eccezione ma sul finale dà una bella lezione a Susan senza dover aggiungere nulla dal momento che l’epilogo del suo romanzo parla da sé.
La fenice che rinasce dalle proprie ceneri, permettendo l’espiazione dalle colpe.

Animali notturni è una catarsi a più livelli e la parte più interessante diventa sfogliare questi livelli come fossero pagine, fino ad arrivare alla resa dei conti in cui, se anche voi avete solleticato l’idea di prendervi la rivincita su qualcuno che vi ha fatto soffrire, non potrete evitare di pensare ‘ti sta bene, troia’.
Almeno io ho esultato, lo ammetto, ma forse perché mi rivedo più nel sensibile Edward che nella stronza Susan.
E voi con chi vi identificate?

 

VOTO: 7emezzo
CONSIGLIATO: sopratutto agli scrittori segnati da una relazione importante finita male e sanno cosa significa la psicanalisi fai da te
LO SAPEVATE? È basato sul romanzo del 1993 di Austin Wright Tony & Susan.

ANIMALI NOTTURNI TRAILER ITA

 

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THE LOBSTER

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La società regola la nostra vita di tutti i giorni e la società nel futuro imprecisato e distopico di The Lobster ci vuole necessariamente accoppiati secondo la logica che se abbiamo qualcosa in comune con un altro essere umano allora non ci sono dubbi, siamo fatti l’uno per l’altra. Questo è un film in cui i personaggi non hanno nome, fatta eccezione per David (Colin Farrell) che si presenta in un hotel in cui la regola vuole che, se entro 40 giorni non si trova la propria anima gemella, si viene trasformati in un animale a propria scelta (l’aragosta, da qui il titolo, è quella di David).

Fuori dall’hotel e lontani dalle città vivono i single, i solitari che si muovono furtivi nei boschi e vengono cacciati dagli ospiti dell’hotel per allungare il loro periodo di permanenza utile all’accoppiamento. I single talvolta ballano musica tecno in cuffia e rigettano l’amore quotidianamente. Ma proprio qui, tra questi boschi dalle regole ferree, David si innamora di una ragazza con cui trova subito un elemento in comune dal momento che entrambi sono miopi.
Il perno del film è incentrato sulla dicotomia coppia/solitario e libertà/omologazione anche se di libertà non si può parlare dal momento che i solitari rigettano le norme della società per poi costruirsene di proprie, altrettanto alienanti, altrettanto illogiche.
La vista è un tema ricorrente: la solitaria viene accecata dal suo capo come punizione per essersi innamorata di David e nelle scene finali, dopo che lei e David sono scappati dal gruppo, quest’ultimo si rifugia nel bagno di un locale con un coltello in mano, in procinto di cavarsi gli occhi. Ritorna così l’elemento in comune che serve a sancire l’unione, quasi a legittimarla e fornire un segno tangibile della sua esistenza.

Chi non ha un compagno, insomma, deve essere riabilitato prima di poter tornare in città: il compagno diventa necessario in quanto potrebbe salvarti da un boccone di traverso con una tempestiva manovra di Heimlich e ti proteggerebbe da eventuali malintenzionati e stupratori.
L’identità del singolo non conta nulla e paradossalmente la vita da animale è molto più permissiva e libera perché non ci sono regole da seguire. D’altronde è la verità, tutti noi siamo schiavi di un sistema di regole che ci vengono imposte sin da bambini e cambiano in base all’angolo di mondo in cui veniamo alla luce.
In sintesi, questa è senza dubbio una storia originale in cui non mancano dialoghi al limite del surreale e un’ambientazione monotona e ripetitiva in cui l’hotel è una gabbia tanto quanto il bosco.
Il perché dell’aragosta è interessante: David si giustifica dicendo che è immortale e ha il sangue blu, senza contare però che è un alimento prelibato e nelle cucine finisce bollita in un pentolone.
Forse vuole distinguersi e avere un’identità diversa da quella degli altri?
O forse perché potenzialmente anche noi saremmo immortali se non trascorressimo la vita alla ricerca della metà mancante della mela, come insegna Platone nel Simposio?
E comunque, finire bolliti potrebbe essere più indolore che chiudere una storia dopo anni, rendendosi conto che le cose in comune erano solo bugie o pretesti per non convivere con la paura della solitudine.

VOTO: 8/10
CONSIGLIATO: a chi è alla ricerca di una riflessione sull’amore e il suo significato in chiave originale e -azzardo- mai vista

THE LOBSTER ITA TRAILER

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ARRIVAL

”Nonostante io conosca il viaggio e dove porterà lo accetto, dal primo all’ultimo momento”

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Arrival è una storia che parla di scelte: il bello (o il brutto, a mio avviso) è che dal trailer o dal titolo non si capisce. Alcuni tra i miei amici si aspettavano il solito film sugli alieni che invadono  la terra e alla fine tutto si risolve con una pace galattica o una guerra dei mondi. Niente di più sbagliato dal momento che gli alieni non sono neppure i protagonisti.

Amy Adams ha il compito di comunicare con loro per scoprire cosa ci fanno quei 12 gusci che levitano a mezz’aria in dodici luoghi del mondo diversi, apparentemente senza motivo.
Ma non mi interessa raccontarvi la storia, voglio parlarvi del magone con cui ho dovuto fare i conti quando le luci in sala si sono riaccese: mi ripetevo ”non piangere, non piangere” e alla fine ho pianto perdendo il controllo dei miei dotti lacrimali, pensando solo: ”cosa avrei fatto io al posto della protagonista?”.
La vita comporta delle scelte e gran parte di queste sono dolorose, questo è il senso più profondo di Arrival.
La comunicazione è il perno su cui ruota la trama e la morale è che davanti al diverso non serve rinchiudersi dentro un guscio, bisogna aprirsi e accoglierlo senza temerlo. Splendido messaggio, decisamente attuale oltretutto, ma per me questo film è una storia di scoperte, di destini intrecciati, di speranze e anche un viaggio all’interno della consapevolezza personale.
Gli alieni, alla fine, non li vedi neppure in faccia.
Sullo schermo scorre la fragilità dell’essere umano e il senso intrinseco dell’esistenza e del nostro ruolo inteso come individui ma anche come madri, padri, studiosi, come tessere di un puzzle grosso quanto l’Universo intero.
Perché siamo piccoli, minuscoli. Solo gli alieni sanno trascendere il tempo, lo spazio e le barriere comunicative, per questo sono creature enormi che ci scrutano dall’alto. E va a finire che quelli dietro il vetro siamo noi, anche se per tutta la durata del film automaticamente ci mettiamo dalla parte di chi li osserva come fossero animali allo zoo.

VOTO: 9/10
CONSIGLIATO: sì, specie a chi sa apprezzare le storie senza interrogarsi su quanto siano scientificamente accurati i dettagli. Non adatto alle menti troppo cervellotiche. Adattissimo a chi sa lasciarsi trasportare.
LO SAPEVATE? Arrival è tratto da una storia breve di Ted Chiang, contenuta nella raccolta ‘Storie della tua vita’.

ARRIVAL TRAILER ITA

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