QUARANTENA

Finalmente abbiamo capito quanto siamo stronzi

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Eravamo abituati alla bella vita. Al benessere, alla futilità, ai rapporti usa e getta, ai sorrisi di circostanza. Le nostre relazioni erano fragili, le lasciavamo crollare preoccupandoci solo di metterci in salvo prima dell’altro, non ci importava di seminare dolore dietro di noi, il rimorso durava poco. Il senso di colpa inesistente. Pentimento: non pervenuto.

Non facevamo più figli perché egoisti, a trent’anni ci sentivamo ancora Peter Pan, a quaranta vivevamo una seconda adolescenza e si iniziava a recuperare il tempo perduto con matrimoni, gravidanze, oppure fuggendo lontano per dimenticare gli anni sprecati, lo stress del lavoro e della routine, le città gonfie di smog.
Vivevamo alla giornata, programmare l’esistenza era considerata una pratica antiquata, apparteneva ai nostri genitori e ancor più ai nostri nonni, noi eravamo liberi dalle costrizioni sociali e dagli impegni.

Volevamo sentirci padroni del nostro tempo, legittimati a rompere gli schemi sociali, distruggere le fondamenta degli ultimi baluardi rimasti in piedi: procrea, trovati un lavoro con contratto a tempo indeterminato, fatti una famiglia, paga le tasse e accontentati di un appartamento in periferia, di un’auto usata, di una vacanza l’anno e tanti week end fuori porta da documentare su Instagram, per dare al mondo l’illusione che te la stai spassando.

Non ci divertivamo davvero, facevamo aperitivo il sabato sera con gente che il resto della settimana ci stava sul cazzo e odiavamo in segreto. Andavamo in palestra perché ci andavano tutti, perché l’estate bisognava riempire i social di foto in costume, guarda che muscoli, faccio crossfit e corro tutti i giorni, mangio sano, mi prendo cura di me stesso. Però di notte, da soli e lontani dai social eravamo tutti depressi e tristi e insoddisfatti, pieni di vizi e segreti.

Non riuscivamo a tenerci strette le persone, dopo anni di storia e convivenza ci riscoprivamo ancora affamati del mondo, troppo giovani per accontentarci: all’amore vero e duraturo preferivamo le avventure elettrizzanti di pochi mesi, il gesto meccanico con cui scorrevamo i profili su Tinder come fosse un catalogo di mobili Ikea, chattavamo con sconosciuti, ci illudevamo di entrare in sintonia. Ci si conosceva, si parlava in chat e poi ci si incontrava, si scopava. Durava qualche mese ed era divertente, eccitante, ci faceva sentire vivi. Poi finiva tutto e si ricominciava nella ricerca spasmodica dell’amore che non conoscevamo, perché l’esempio dei nostri nonni era fuori tempo, l’ennesimo schema rigido da scardinare.

Non abbiamo mai davvero saputo cosa stracazzo volevamo.
Non ci siamo mai resi conto di quanta libertà avessimo, di quanto fossimo fortunati, fin quando un giorno ci siamo ritrovati chiusi dentro casa, alle prese con una minaccia invisibile che mieteva vittime, e ci ha costretto a vivere con una mascherina sulla faccia e i guanti di lattice alle mani. Abbiamo iniziato a capire, durante la quarantena, quanto siamo stati coglioni. Affacciati dai balconi cantavamo cercando di esorcizzare la morte e la paura ma non era cambiato nulla: finiti i flash mob, gli applausi, le chiamate su skype, eccoci di nuovo alle prese con noi stessi e con il terrore di affrontare un futuro in cui tutto ciò che avevamo prima non sarebbe tornato uguale a come lo ricordavamo.
Abbiamo paura e non possiamo più abbracciarci.
Ce lo ricorderemo quando tutto sarà finito?

VERSO L’ANAGNINA E OLTRE

Una breve storia di disoccupazione giovanile e precoci rincoglionimenti

 

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15/12/2015

Ciao belli! Oggi ho fatto un colloquio, deve esse stato il trecentonovantanovesimo credo, forse alla prossima me danno un buono pe annà a lavorà davero (credici).
Insomma ve la faccio breve: dopo venti fermate di metro arrivo a Agnagnina e scendo tutta confusa perché per me Anagnina è peggio de Ponte Mammolo, è il non plus ultra, le colonne d’Ercole della metro A…voi lo sapete che ce sta dopo Anagnina?Io no, ma dal poco che ho visto m’è venuto da piagne.

Comunque, esco dal cortile e scopro che ogni fermata d’autobus c’ ha una scala sua, come i treni, solo che parevano cessi e ci so dovuta passà davanti tre volte prima di capì che dovevo imboccà na porta e salì.
Piglio st’autobus e mi siedo al solito sedile, quello singolo vicino alla porta centrale pe non sta né troppo dietro né troppo avanti, perché se famo l’incidente io me devo salvà, e comunque so asociale e non voglio sta seduta vicino a chi puzza o fa rumore o ascolta musica demmerda a volume sparato.

Oggi è na giornata plumbea e io penso che oltre a esse vecchia dentro so pure babba di minchia, perché fa un freddo così pungente che i chiodi de Cristo a confronto so puntine e io so uscita scialla scialla senza sciarpa, co le calze color carne e i RISVOLTINI. Questo perché ogni tanto me sveglio convinta di esse gggiovane ma non metto mai in conto che poi torno a casa co la bronchite. Infatti pe sembrà figa mi so messa pure il cappottino corto e color vinaccia, lo stesso colore della dita mia dopo i geloni.
Evvabbè.

Insomma arrivo a sto posto dimenticato da Dio e non ce sta nemmeno na pizzeria, così me sbrodolo addosso mezza pizzetta del Carrefour dopo avè fatto pure la figura dell’ignorante chiedendo na margherita che in realtà era na pizzetta rossa normale senza mozzarella…grazie per la precisazione signora fornaia, tanto se semo capiti uguale visto che te l’ho indicata col ditino.

Vado a fa sto colloquio e mi siedo alla scrivania co altre cinque o sei squinzie giovani, bionde e carine tanto che penso: ma io che c’azzecco qua?Però me danno lo stesso un questionario da compilà pieno di domande psicoattitudinali e io vado sparatissima, consegno pe prima tutta gasata, me ne sto annà quando la responsabile me batte sulla spalla e me fa: ”hai dimenticato il retro”.
Ah, ecco perché ho finito subito, capisco, e infatti le altre ancora stanno a scrive perché sul retro ci stanno dieci domande che strizzano un po’ l’occhio a Marzullo.

Che volete sapè?Che devo confessà?

Vabbè, me rimetto a scrive insieme alle altre e la prima compagna c’abbandona dopo cinque minuti, forse s’è pentita d’avè saltato a piè pari la prima elementare, proprio la lezione in cui t’insegnano a scrive nome e cognome sul foglio protocollo (comunque, per chi se lo stesse chiedendo non erano domande di logica ma solo domande del cazzo).

Non vedo l’ora de scappà e alla fine scappo, tanto la figu merda del giorno l’ho fatta, e da qua entra in gioco quell’aura de sfiga e magia che mescolate insieme me rendono n’incrocio infelice tra Harry Potter e Rosso Malpelo fusi in un solo corpo.

Salgo sul bus dalla parte opposta a dove m’ha lasciata du ore prima, ricorrendo alla logica dovrebbe andà nella direzione da dove so arrivata, no?Me siedo al solito posto pe’ contemplare il paesaggio dal finestrino: toh, che bella sta serie de palazzine quadrate un po’ stile fascista, manca solo il balcone per i comiz….ah no, eccolo, tutto sto grigio topo addosso alle cose, e guarda, ce sta pure l’indiano co la bici che sta a spianà la strada avanti e indietro: statte attento chicco che qua a Roma le rotonde so esseri mitologici inquietanti e nessuno se ferma, occhio che te stirano.

Guarda e guarda a na certa me chiedo: ma sta rotonda non è quella di prima?E perché l’indiano c’ha superati?Stamo intrappolati in un vortice spazio temporale?Mo capisco perché a Roma nessuno vole temporeggià dentro a ste cose.

Fatto sta che decido de scende e guarda caso sto alla fermata de prima, co lo stesso barbone sdentato che me guarda come se fossi n’encefalita. Salgo sull’altro autobus che in fronte c’ha scritto METRO ANAGNINA e chiedo a un gentil donzello se va alla metro; quello me risponde sì e io, confortata dalla sua sicurezza, m’abbiocco sul sedile dietro al suo.

Dopo cinque minuti il gentil donzello si gira e fa: <<Brblbebagegbaajdnhejatrhaa>>, o almeno è quello che ho capito io perché sto co le cuffie e non ho sentito una sega ma pure tu ciccio, fammi un segno, paccame, dammela na botta (non in quel senso, a zozzi, poraccio pareva il sosia de Aranzulla).

Je sorrido co na paralisi secca in faccia e lo seguo verso le porte perché ho capito solo METRO e mi viene il sospetto che ci stiamo per arrivare; peccato che la fermata dove scende lui sta nel mezzo del nulla cosmico e io nun ce credo che dietro sta fratta gigante ce sta la metro.

E insomma, me dico che sta carretta prima o poi davanti a una metro ci dovrà passà e così aspetto e guardo il paesaggio fatto di niente, pure il cielo pare fatto de cartone e non ce stanno manco i piccioni. E se nun ce stanno i piccioni inizio a domandarme se nel frattempo sto ancora dentro al Raccordo o al limite sul pianeta Terra.

Alla fine il bus ci scarica tutti davanti la metro SUBAUGUSTA, che ancora mo non ho capito dov’è collocata geograficamente parlando, e torno a casa mesta e mogia che devo ancora fa la spesa e sopratutto me devo scongelà davanti alla stufetta come fossi un pezzo de stoccafisso della cena di Natale.

E a proposito de Natale, na vecchia dentro come me minimo dovrebbe sapè fa l’uncinetto e risolve l’annoso rompicoglionimento dei regali distribuendo sciarpe e guanti demmerda ma guarda m’po’?C’ho la manualità de Jaime Lannister dopo che j’hanno segato la mano, sembro Muzio Scevola che s’allaccia le ciocie.

Comunque e per fortuna sta giornata è finita: oggi ho imparato che pure l’autobus fa i girotondi e pe’ quanto me riguarda dopo Lucio Sestio non stamo più a Roma.
Alla prossima.