FINE.

Non mi ha mai capita, è questa l’amara verità con cui adesso mi trovo a scendere a patti. 

Ero io la scrittrice, quella che con l’ispirazione crea storie fantasiose, eppure eri sempre tu a costruire drammi mentali degni del premio Oscar: Oscar alla migliore pippa mentale senza copione, non scritta perché razionalmente parlando come la spieghi una sega a due mani al cervello, se non ricorrendo a un calendario zeppo di bestemmie?

Hai rovinato me, e te, per colpa di quel tuo cervello fatto di ingranaggi scricchiolanti e del tuo cuore rattrappito, che se solo avessi potuto gli avrei dato una stirata come facevo con le tue camicie e le lenzuola del letto che una volta era nostro e adesso chissà di chi è: dicevi che non avresti mai dimenticato il mio odore e invece scommetto che è svanito insieme a tutto il resto, che lo dimenticherai come hai dimenticato chi ero, chi sono, facendo affidamento su storie mai raccontate, coni d’ombra e specchi rotti dentro cui hai trovato un riflesso che non era mio, ma della tua ancestrale paura dell’amore. 
Eppure sei tu che mi hai scelta. Mi hai amata, così dicevi. 

Non si ama un fiore a cui stacchi i petali e sottrai la luce del sole, non mi hai mai capita quando stavo in disparte e scrivevo, scrivevo perché anche io dovevo evadere e trovare tuo riflesso sul cristallo invece che su un vetro sporco, attraversato dai graffi. Scrivevo pensando al raggio di sole che la tua ombra mi impediva di incontrare, perché la tua enorme sagoma grigia mi soffocava e io fingevo fosse la stanchezza, minimizzavo, e invece stavo sfiorendo. 

Sono sfiorita diventando brutta, tu mi hai lasciata. Nessun colpo di scena, tutto nella norma. Non ci sono mai state le montagne russe, le desideravi così tanto e neanche ti piacevano, e invece abbiamo vinto l’Oscar per la trama banale e il finale già visto. Valigia, scatoloni, lacrime che lasciano il tempo che trovano, voltare pagina senza poter più rileggere l’inizio del libro, pazienza, il tempo porterà la polvere sui ricordi e su di noi. Non resterà nulla, forse perché nulla è stato.

Spero troverai qualcuna che sia brava a masturbarti il cervello, e magari ti stiri il cuore come le camicie. 

goodbye-1461323_960_720.jpg

INSTAGRAM DOWN

b.jpg

Dicono che la bellezza salverà il mondo.

Senza filtri Instagram e fotoritocchi, senza pose innaturali e angoli studiati per l’ obbiettivo, senza pelle scoperta e sguardi lascivi.
Senza il bianco e nero che, diciamolo, ha rotto il cazzo.

La bellezza salverà il mondo,sempre se il mondo si lascerà salvare e si svestirà di strati di apparenza fini a sé stessi, vittima di un protagonismo imperante in cui o sali sul palco a fare il tuo show o finisci dietro le quinte a pulire i cessi dove cagano gli attori e mentre a loro vanno applausi e medaglie a te va il silenzio di un’esistenza fallita, nell’ombra, perché sei nessuno, ci sei nato e ci morirai.

Quando dicono che la bellezza salverà il mondo non credeteci; io c’ ho creduto ma sono finita sotto il palco ad assistere a spettacoli vanesi con protagonisti plastiche facciali e filtri di Instagram, e ho iniziato a credere che quasi quasi è meglio vivere nell’ombra come un sorcio, o scartavetrare la merda dai cessi.

CHIO’

 

Cattura.PNG

Ricordo bene nonna, delicata figurina ripiegata sulla poltrona, il viso scarno e le guance scavate ma un guizzo prepotente di gioia nello sguardo quando entravamo noi nipoti dalla porta e la destavamo dal torpore del camino, durante quei pigri pomeriggi in cui sonnecchiava con in sottofondo Rete4 e le sue soap opera senza trama, senza fine. 

Nonna indossava un paio di occhiali cerchiati in madreperla troppo grandi per quel visetto minuscolo, sembravano pesare un quintale al punto da appesantire la testa, che teneva spesso bassa sulle parole crociate; era un passatempo a cui si dedicava volentieri nonostante le diottrie mancanti e le mani tremule, lei che aveva una scrittura stanca e tutta dritta, composta da segmenti spezzettati che non conoscevano curve e arrotondamenti, solo angoli retti e incastri aguzzi.

Da giovane era molto bella, diceva mio padre, ma io ho visto solo una foto di nonna da ragazza, una fototessera in bianco e nero che ritraeva una donnicciola minuta e con i capelli color carbone, un viso pulito e gentile tipico delle persone semplici, riconoscenti nei confronti della vita che, nel primo dopoguerra, di certo non era stata clemente. Il mio ricordo di lei è stato sempre a colori, i colori pastello dei maglioncini che indossava, del grembiule -o zinale, come lo chiamiamo da queste parti- che indossava quasi sempre, ed era di un rosso acceso, sempre pulito, stirato.

La ricorderò sempre con le parole crociate tra le mani, che completava con una certa scioltezza nonostante ci volesse tempo e attenzione per riempire le caselle di lettere incerte e affilate, segnate da un tratto marcato, l’inchiostro sbavato sulla carta ruvida. 

La ricorderò seduta sulla poltrona che era appartenuta al nonno fin quando un giorno, rimasta sola, ci si era seduta lei per la prima volta dopo anni. Chissà se gli mancava il marito, se era più sollevata o preoccupata dal pensiero della solitudine che aleggiava intorno a lei come una sottile, invisibile presenza. Chissà se ha mai avuto paura di qualcosa, chiusa dentro la casa solitaria e grande e vuota, con l’eco lungo le scale e le finestre che davano sulla campagna arsa dal sole d’estate, frustata dal gelo d’inverno.

La ricorderò sempre con una dolcezza languida quella mia piccola nonna che portava addosso l’odore di caramella Rossana, delle erbe aromatiche, con lo zinale impregnato degli aromi della cucina, i vapori delle pentole sul fuoco, della vecchiaia mite, vissuta con estremo riserbo, lo stesso con cui è morta una mattina a seguito di un banale ricovero in ospedale, quando era stata visitata per un problema al piede e non si sa come ne era uscita svuotata della vita, con lo stomaco perforato. Troppe medicine, troppi malanni, troppa riservatezza in quella donna così discreta, che pur di non disturbare i figli e allarmare i nipoti si era sempre tenuta stretta gli acciacchi, i dolori fisici e mentali, i fastidi i pruriti i problemi le angosce le incertezze.

La ricordo silenziosa mia nonna ma con noi nipoti parlava un sacco fino a farsi seccare la lingua, con il suo dialetto allegro e i gesti ampi, gli abbracci morbidi, i baci mezzi sdentati. Mi chiamava Chio’ e  nessuno ha mai saputo se esistesse una parola italiana in grado di spiegare il significato di quello strambo vezzeggiativo.

Ora sono io a chiamarla così, a infilare questo nomigliolo nelle preghiere, nei saluti che rivolgo alla sua tomba bianca dove deposito sempre una rosa in procinto di schiudere, riservata come era lei ma altrettanto nobile, delicata, inconsapevolmente bella, che infilo nel vaso in compagnia degli altri fiori e osservo scivolare nel mazzo per non farsi notare.

Per non far sfigurare gli altri, per tenersi stretta la sua unicità. Per essere leggera e non pesare, per entrare e uscire dalla vita altrui in punta di piedi, come una piuma. 

Chio’ era fatta così.

 

ASCOLTA CON ME: Sia- Lullaby 

FUORI MODA

ted.jpg
Un giorno ti accorgi che non è più il tuo tempo. Succede all’improvviso:
sei passato di moda come le scarpe con la zeppa, come le salopette, i jeans a vita bassa e il piercing all’ombelico. Semplicemente ora le mode appartengono a chi ha vent’anni meno di te e di quello che ti piaceva resta poco o niente. Restano ricordi inchiodati alla corteccia cerebrale che a volte bruciano, perché sono meravigliosamente decadenti, attaccati con le unghie e con i denti a frammenti di infanzia indelebili come un tratto di uni posca sul muro.
Come quando tuo padre tornava a casa da lavoro e riportava a te e tuo fratello un pupazzo comprato in cartolibreria. All’epoca li collezionavamo, ci giocavamo, i nostri pupazzi avevano casa e famiglia, alcuni persino un lavoro, un armadio pieno di vestiti e ognuno la propria storia, la propria identità: l’ingresso in scena di un altro personaggio non scombinava gli equilibri ma allargava le famiglie già esistenti, dimostrando che forma, colore o specie animale non contavano davanti all’entusiasmo di una nuova storia da incorporare alle altre: il nuovo era un valore aggiunto, non certo qualcosa di cui avere paura.
Ricordo come  eravamo impazienti di aprire la busta per scoprire che animale sarebbe arrivato stavolta. Un ricordo dolcissimo, infantile come l’odore di borotalco o latte caldo.
Mi mancano quei giorni, mio padre e i pupazzi.
Anche se molte cose passano di moda, anche se sono più vecchia che giovane e non capisco più il linguaggio moderno tanto da sentirmi una mummia fuori dal sarcofago, non mi importa. Anche se quei pupazzi sono fuori produzione e le cartolibrerie si stanno estinguendo, e le famiglie si chiudono su se stesse e integrare somiglia a una minaccia più che a una bella promessa io non lascio tramontare i miei ricordi.
Nessun bambino si emozionerebbe davanti a un pupazzo oggi, ma io si, lo farei, sono adulta ma chi se ne frega. Piangerei di gioia e senza vergogna alcuna se solo mio padre tornasse ancora da lavoro con indosso la sua camicia azzurra, la busta del pane e quella della cartolibreria sottobraccio. Tornerei a essere una bambina felice, mio padre giovane, mio fratello sdentato, mia madre che cucina spandendo un buon odore in ogni stanza della casa e l’emozione nello scartare il regalo, scoprirlo, portarlo in camera e accoglierlo.

Il mondo qui fuori non è mai stato buono come mio padre, come i pupazzi.

 

VE L’HANNO MAI DETTO?

:SCUSA

anime

Non ho più bisogno di te.
Ve l’hanno mai detto?
Se non vi è mai successo non potete capire cosa si prova quando il significato di questa frase viene rielaborato dal cervello: all’improvviso la sensazione è quella di una doccia fredda, inaspettata, ed è ancora peggio quando a dirlo è qualcuno che fino al giorno prima non poteva stare senza di te, non poteva vivere -parole sue-, non poteva respirare, se tu non c’eri.

Ho vissuto gran parte della mia vita sentendomi indispensabile per Davide e adesso lui mi sta guardando dall’alto in basso come fossi un inutile insetto e lui il giustiziere silenzioso, il cui unico compito è scegliere se lasciarmi vivere o schiacciarmi sotto la suola delle scarpe.
E’ vero, meriterei di essere schiacciata senza pietà e una parte di me concorda con lui. L’ho tempestato di chiamate appena  scesa dall’aereo, mentre  trascinavo dietro i miei passi la valigia riempita di fretta,  la lacrime congelate, spalmate sulle guance e il vento invernale tagliente come una lama addosso, dentro i vestiti. Ho riattaccato tutte le volte in cui invece della sua voce ho sentito quella della segreteria, dopo un po’ Davide deve aver spento il cellulare e amen, non squillava nemmeno più. 


Ho trovato un tassista gentile per una volta, un omaccione con la faccia buona e l’espressione sorniona, che non ha fatto domande nemmeno mentre piangevo in silenzio, rannicchiata contro il finestrino 
battuto da una  pioggerella sottile ma insistente, tipicamente invernale, dalle gocce grosse come capocchie di spilli e altrettanto pungenti. Ho osservato le strade bagnate e tutte uguali sotto la luce moribonda dei lampioni, non ne ho riconosciuta nessuna.

Solo una volta arrivata davanti il portone del condominio grigio, a mio agio nell’atmosfera deprimente del quartiere popolare con tanto di parco dalle altalene sfasciate e l’erba alta ho capito di essere tornata, in qualche modo, a casa. Quando Davide apre la maledetta porta incontra il mio sguardo addolorato, mi osserva sgocciolare sull’ingresso dai capelli, dai vestiti, dalle dita delle mani. Per farmi aprire ho dovuto consumare le nocche sul legno graffiato della porta, ho dato calci, mi sono fatta male alle falangi e all’alluce, ho bestemmiato tra i denti e poi -fanculo- ad alta voce anche se sono le quattro del mattino ormai. Colpa del mio fottuto aereo partito in ritardo…penso senza sosta alla maggior parte delle mie cose lasciate nell’appartamento londinese e sospiro, sono stanca, sono triste, e ho paura che ormai sia tardi per chiedere scusa, è tardi, è tardi per tutto…

Una sensazione tanto bella quanto dolorosa, adesso che Davide mi guarda -e mi tratta- al pari di una sconosciuta. Non mi sento più a mio agio in mezzo alle sue cose. Non riconosco più il bilocale arredato alla buona, non mi appartiene più alcun dettaglio di quel luogo: il letto sfondato dove guardavamo decine e decine di film mangiando pop corn, le briciole ovunque. La finestra rotta della cucina, sempre pervasa da un’odore intenso e a tratti stomachevole di tabacco,  mozziconi di sigarette accumulate nel posacenere. Persino Gatto, il bastardino che io e Davide salvammo insieme dalla strada anni fa non vuole saperne, scappa via come fossi un’intrusa.

Davide non voleva aprire la porta, è chiaro: non mi rivolge  parola neanche dopo avermi fatta entrare, mosso a compassione, e io mi accascio sul divano sfondato, una volta era anche mio e ora è solo suo, di Davide…è cambiato tutto.

L’intera casa è sua e di me non c’è più traccia. Una volta, insieme all’odore acre delle sigarette spente contro il fondo del posacenere quasi sempre stracolmo, c’era il leggero aroma di una candela agli agrumi,  incenso alla vaniglia, lo stucchevole profumo di qualche deodorante, un tocco femminile e delicato a regalare un po’ di gentilezza a quel cumulo di cianfrusaglie grezze, raccolte qua e là. Abbiamo attaccato insieme le mensole storte dell’ingresso e ridipinto a quattro mani la cassettiera mezza sfondata, trovata sotto casa accanto al secchio della spazzatura ma meritevole di una mano di vernice che ne ha riportato alla luce l’antico fascino.

Ora persino i ricordi sembrano essere solo suoi, di Davide, lo stesso Davide che mi dà le spalle e non vuole guardarmi, anche se  sta preparando un tè perché sono bagnata fradicia e tremo dentro i vestiti leggeri, i primi che ho indossato di fretta prima di fuggire dalla mia ormai ex stanza, nel mio ormai ex appartamento, lontana dal mio ormai ex ragazzo.
Vorrei poterlo guardare negli occhi, quegli occhi così puliti  di un azzurro pallido e misterioso, abbracciarlo, affondare il viso sul suo petto, la guancia sulla maglietta sgualcita che sa di erba, di tabacco, di sudore, sa di casa e famiglia, di momenti appartenuti a una vita precedente dove per me non c’è più spazio. Lasciarmi soffocare dalle lacrime, dirgli che lo so, so di aver sbagliato tutto, che sono stata una stronza ma  adesso sono qui a supplicare il perdono.

Perché senza il suo perdono e senza di lui, di me non resta nulla. Perché è lui che è sempre stato indispensabile per me, non il contrario. Sono io che non posso vivere senza di lui, sono io che senza di lui valgo meno di zero.
Vorrei  aprire la bocca e articolare una frase, almeno una parola ma non ci riesco, e lui continua a fuggire il mio sguardo, anche quando mi porge la tazza di tè e il vapore caldo e confortante mi regala il coraggio per trovare un filo di voce. Ci sono quasi, basta muovere la bocca e far passare l’aria attraverso le corde vocali per articolare una parola tanto banale quanto decisiva: SCUSA.

Ed è qui che vorrei sapere se veramente il cuore può cedere: cioè, è fisicamente possibile sentirlo scricchiolare e poi sbriciolarsi?
Io ho provato uno sgradevole sentore di disgregazione quando Davide mi ha detto l’unica frase della serata, prima di tornare muto e freddo come una roccia, prima di lasciarmi andare fregandosene della mia destinazione, sticazzi se tornerò a Londra o finirò in un’altra città lontana a vivere come una disagiata senza regole, dopo essermi invaghita dell’ennesimo stronzo. Sticazzi se passerò il resto della nottata fuori, sul pianerottolo, a grattare la porta come un cane straziato.
Sticazzi, ormai è tardi.

<<Bevi il tè, asciugati e poi vattene, Elisa. Mi dà fastidio anche solo guardarti, non ti voglio dentro casa mia. Non ho più bisogno di te>>
E un attimo dopo mi ritrovo nuovamente in strada, valigia accanto, col freddo dentro le ossa e la pioggia simile a una barriera fatta di aghi che continua a cadere, implacabile, beffarda, sopra il mio presente da disgraziata. Non so dove andare, non ho una casa né strade da seguire, mi sono persa.
Ho lasciato metà della mia vita a Londra e il cuore intero sul divano di Davide, dilaniata dal pensiero che lui non ha intenzione di raccogliere le briciole, stavolta.

 

 

POMERIGGIO DEL CAZZO IN METRO P1

munch

Macino rabbia, accumulo gomitoli di inestricabile frustrazione. Mangio questa rabbia a colazione,  pranzo e cena fino a riempire lo stomaco, fino a sentirlo pesante, una colata lavica di vomito bollente pronto a risalire in gola. Sono incazzata furiosamente col mondo, ai miei occhi ha contorni rosso sangue e il rumore nervoso di un ronzio di api arrabbiate dritte nel cervello, mi fa male la testa, cerco un silenzio siderale -che vuol dire, esiste?-, un cartello di cessata attività cerebrale.

Detesto tutti, nessuno escluso, e in metro -schiacciata tra corpi sudati e maleodoranti, aliti caldi e capelli- mastico la mia insoddisfazione come un chewing gum: ne ho abbastanza delle facce e delle forme e delle voci ne ho abbastanza delle pubblicità sui cartelloni alle fermate e del lavoro e della gente che urla al telefono perché non sente, dei ragazzini che ridono, sguaiati, di chi fa casino come i poveracci che suonano canzoni dimmerda con quegli strumenti strani -che cazzo sono?Mai capito- e chiedono i tuoi soldi con quell’espressione vuota ma insofferente, come la mia.

Non lo sputo questo chewing gum, anche se diventa mano a mano più amaro e sento la lingua secca, la bocca di piombo, che sa di ferro, non lo ingoio perché morirei, morirei soffocata, non posso sputarlo o cagarlo non posso niente. La rabbia mi pervade, mi occlude la vista, mi fa venire voglia di sparire ma non nel nulla, no, sparire nel peggiore dei modi, triturata da una pressa o investita o messa al rogo come una strega, dare spettacolo, sceneggiata, dimostrare che esisto, che soffro, cazzo!Urlarlo al mondo per fare in modo che per una manciata di secondi si interessi a me. 

 

Soffrire come cristo comanda, ecco cosa voglio, soffrire fuori soffiando via la  rabbia  da qualche orifizio, ne basta uno, voglio uno spiraglio. Voglio spurgare come una lumaca cosparsa di sale, voglio morire senza questa rabbia incrostata addosso, calcificata nelle ossa, riempimento di fegato e stomaco, almeno questo me lo devi dio del cazzo che non esisti e mi costringi a pensare certe cose. 

RAINY NOVEMBER

rainb

Ed è quando piove che il grigio per strada diventa mio:
sono miei i marciapiedi e l’asfalto
sono mie le ringhiere dei balconi
sono mie le facciate brutte dei palazzi intorno,
mentre aspetto in piedi alla fermata del bus
qualcuno che mi porti altrove,
che rompa lo schema dei ricordi.

Perché quando piove vorrei essere lontano
e invece resto sempre così vicino
alle giornate sotto al piumone quando stavo con te
e la pioggia tingeva di grigio il cielo intero
ma io non la vedevo, la sentivo e basta
e al caldo delle tue braccia sorridevo

Come se avessi avuto l’arcobaleno in mezzo ai denti.