INSTAGRAM DOWN

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Dicono che la bellezza salverà il mondo.

Senza filtri Instagram e fotoritocchi, senza pose innaturali e angoli studiati per l’ obbiettivo, senza pelle scoperta e sguardi lascivi.
Senza il bianco e nero che, diciamolo, ha rotto il cazzo.

La bellezza salverà il mondo,sempre se il mondo si lascerà salvare e si svestirà di strati di apparenza fini a sé stessi, vittima di un protagonismo imperante in cui o sali sul palco a fare il tuo show o finisci dietro le quinte a pulire i cessi dove cagano gli attori e mentre a loro vanno applausi e medaglie a te va il silenzio di un’esistenza fallita, nell’ombra, perché sei nessuno, ci sei nato e ci morirai.

Quando dicono che la bellezza salverà il mondo non credeteci; io c’ ho creduto ma sono finita sotto il palco ad assistere a spettacoli vanesi con protagonisti plastiche facciali e filtri di Instagram, e ho iniziato a credere che quasi quasi è meglio vivere nell’ombra come un sorcio, o scartavetrare la merda dai cessi.

FUORI MODA

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Un giorno ti accorgi che non è più il tuo tempo. Succede all’improvviso:
sei passato di moda come le scarpe con la zeppa, come le salopette, i jeans a vita bassa e il piercing all’ombelico. Semplicemente ora le mode appartengono a chi ha vent’anni meno di te e di quello che ti piaceva resta poco o niente. Restano ricordi inchiodati alla corteccia cerebrale che a volte bruciano, perché sono meravigliosamente decadenti, attaccati con le unghie e con i denti a frammenti di infanzia indelebili come un tratto di uni posca sul muro.
Come quando tuo padre tornava a casa da lavoro e riportava a te e tuo fratello un pupazzo comprato in cartolibreria. All’epoca li collezionavamo, ci giocavamo, i nostri pupazzi avevano casa e famiglia, alcuni persino un lavoro, un armadio pieno di vestiti e ognuno la propria storia, la propria identità: l’ingresso in scena di un altro personaggio non scombinava gli equilibri ma allargava le famiglie già esistenti, dimostrando che forma, colore o specie animale non contavano davanti all’entusiasmo di una nuova storia da incorporare alle altre: il nuovo era un valore aggiunto, non certo qualcosa di cui avere paura.
Ricordo come  eravamo impazienti di aprire la busta per scoprire che animale sarebbe arrivato stavolta. Un ricordo dolcissimo, infantile come l’odore di borotalco o latte caldo.
Mi mancano quei giorni, mio padre e i pupazzi.
Anche se molte cose passano di moda, anche se sono più vecchia che giovane e non capisco più il linguaggio moderno tanto da sentirmi una mummia fuori dal sarcofago, non mi importa. Anche se quei pupazzi sono fuori produzione e le cartolibrerie si stanno estinguendo, e le famiglie si chiudono su se stesse e integrare somiglia a una minaccia più che a una bella promessa io non lascio tramontare i miei ricordi.
Nessun bambino si emozionerebbe davanti a un pupazzo oggi, ma io si, lo farei, sono adulta ma chi se ne frega. Piangerei di gioia e senza vergogna alcuna se solo mio padre tornasse ancora da lavoro con indosso la sua camicia azzurra, la busta del pane e quella della cartolibreria sottobraccio. Tornerei a essere una bambina felice, mio padre giovane, mio fratello sdentato, mia madre che cucina spandendo un buon odore in ogni stanza della casa e l’emozione nello scartare il regalo, scoprirlo, portarlo in camera e accoglierlo.

Il mondo qui fuori non è mai stato buono come mio padre, come i pupazzi.

 

VE L’HANNO MAI DETTO?

:SCUSA

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Non ho più bisogno di te.
Ve l’hanno mai detto?
Se non vi è mai successo non potete capire cosa si prova quando il significato di questa frase viene rielaborato dal cervello: all’improvviso la sensazione è quella di una doccia fredda, inaspettata, ed è ancora peggio quando a dirlo è qualcuno che fino al giorno prima non poteva stare senza di te, non poteva vivere -parole sue-, non poteva respirare, se tu non c’eri.

Ho vissuto gran parte della mia vita sentendomi indispensabile per Davide e adesso lui mi sta guardando dall’alto in basso come fossi un inutile insetto e lui il giustiziere silenzioso, il cui unico compito è scegliere se lasciarmi vivere o schiacciarmi sotto la suola delle scarpe.
E’ vero, meriterei di essere schiacciata senza pietà e una parte di me concorda con lui. L’ho tempestato di chiamate appena  scesa dall’aereo, mentre  trascinavo dietro i miei passi la valigia riempita di fretta,  la lacrime congelate, spalmate sulle guance e il vento invernale tagliente come una lama addosso, dentro i vestiti. Ho riattaccato tutte le volte in cui invece della sua voce ho sentito quella della segreteria, dopo un po’ Davide deve aver spento il cellulare e amen, non squillava nemmeno più. 


Ho trovato un tassista gentile per una volta, un omaccione con la faccia buona e l’espressione sorniona, che non ha fatto domande nemmeno mentre piangevo in silenzio, rannicchiata contro il finestrino 
battuto da una  pioggerella sottile ma insistente, tipicamente invernale, dalle gocce grosse come capocchie di spilli e altrettanto pungenti. Ho osservato le strade bagnate e tutte uguali sotto la luce moribonda dei lampioni, non ne ho riconosciuta nessuna.

Solo una volta arrivata davanti il portone del condominio grigio, a mio agio nell’atmosfera deprimente del quartiere popolare con tanto di parco dalle altalene sfasciate e l’erba alta ho capito di essere tornata, in qualche modo, a casa. Quando Davide apre la maledetta porta incontra il mio sguardo addolorato, mi osserva sgocciolare sull’ingresso dai capelli, dai vestiti, dalle dita delle mani. Per farmi aprire ho dovuto consumare le nocche sul legno graffiato della porta, ho dato calci, mi sono fatta male alle falangi e all’alluce, ho bestemmiato tra i denti e poi -fanculo- ad alta voce anche se sono le quattro del mattino ormai. Colpa del mio fottuto aereo partito in ritardo…penso senza sosta alla maggior parte delle mie cose lasciate nell’appartamento londinese e sospiro, sono stanca, sono triste, e ho paura che ormai sia tardi per chiedere scusa, è tardi, è tardi per tutto…

Una sensazione tanto bella quanto dolorosa, adesso che Davide mi guarda -e mi tratta- al pari di una sconosciuta. Non mi sento più a mio agio in mezzo alle sue cose. Non riconosco più il bilocale arredato alla buona, non mi appartiene più alcun dettaglio di quel luogo: il letto sfondato dove guardavamo decine e decine di film mangiando pop corn, le briciole ovunque. La finestra rotta della cucina, sempre pervasa da un’odore intenso e a tratti stomachevole di tabacco,  mozziconi di sigarette accumulate nel posacenere. Persino Gatto, il bastardino che io e Davide salvammo insieme dalla strada anni fa non vuole saperne, scappa via come fossi un’intrusa.

Davide non voleva aprire la porta, è chiaro: non mi rivolge  parola neanche dopo avermi fatta entrare, mosso a compassione, e io mi accascio sul divano sfondato, una volta era anche mio e ora è solo suo, di Davide…è cambiato tutto.

L’intera casa è sua e di me non c’è più traccia. Una volta, insieme all’odore acre delle sigarette spente contro il fondo del posacenere quasi sempre stracolmo, c’era il leggero aroma di una candela agli agrumi,  incenso alla vaniglia, lo stucchevole profumo di qualche deodorante, un tocco femminile e delicato a regalare un po’ di gentilezza a quel cumulo di cianfrusaglie grezze, raccolte qua e là. Abbiamo attaccato insieme le mensole storte dell’ingresso e ridipinto a quattro mani la cassettiera mezza sfondata, trovata sotto casa accanto al secchio della spazzatura ma meritevole di una mano di vernice che ne ha riportato alla luce l’antico fascino.

Ora persino i ricordi sembrano essere solo suoi, di Davide, lo stesso Davide che mi dà le spalle e non vuole guardarmi, anche se  sta preparando un tè perché sono bagnata fradicia e tremo dentro i vestiti leggeri, i primi che ho indossato di fretta prima di fuggire dalla mia ormai ex stanza, nel mio ormai ex appartamento, lontana dal mio ormai ex ragazzo.
Vorrei poterlo guardare negli occhi, quegli occhi così puliti  di un azzurro pallido e misterioso, abbracciarlo, affondare il viso sul suo petto, la guancia sulla maglietta sgualcita che sa di erba, di tabacco, di sudore, sa di casa e famiglia, di momenti appartenuti a una vita precedente dove per me non c’è più spazio. Lasciarmi soffocare dalle lacrime, dirgli che lo so, so di aver sbagliato tutto, che sono stata una stronza ma  adesso sono qui a supplicare il perdono.

Perché senza il suo perdono e senza di lui, di me non resta nulla. Perché è lui che è sempre stato indispensabile per me, non il contrario. Sono io che non posso vivere senza di lui, sono io che senza di lui valgo meno di zero.
Vorrei  aprire la bocca e articolare una frase, almeno una parola ma non ci riesco, e lui continua a fuggire il mio sguardo, anche quando mi porge la tazza di tè e il vapore caldo e confortante mi regala il coraggio per trovare un filo di voce. Ci sono quasi, basta muovere la bocca e far passare l’aria attraverso le corde vocali per articolare una parola tanto banale quanto decisiva: SCUSA.

Ed è qui che vorrei sapere se veramente il cuore può cedere: cioè, è fisicamente possibile sentirlo scricchiolare e poi sbriciolarsi?
Io ho provato uno sgradevole sentore di disgregazione quando Davide mi ha detto l’unica frase della serata, prima di tornare muto e freddo come una roccia, prima di lasciarmi andare fregandosene della mia destinazione, sticazzi se tornerò a Londra o finirò in un’altra città lontana a vivere come una disagiata senza regole, dopo essermi invaghita dell’ennesimo stronzo. Sticazzi se passerò il resto della nottata fuori, sul pianerottolo, a grattare la porta come un cane straziato.
Sticazzi, ormai è tardi.

<<Bevi il tè, asciugati e poi vattene, Elisa. Mi dà fastidio anche solo guardarti, non ti voglio dentro casa mia. Non ho più bisogno di te>>
E un attimo dopo mi ritrovo nuovamente in strada, valigia accanto, col freddo dentro le ossa e la pioggia simile a una barriera fatta di aghi che continua a cadere, implacabile, beffarda, sopra il mio presente da disgraziata. Non so dove andare, non ho una casa né strade da seguire, mi sono persa.
Ho lasciato metà della mia vita a Londra e il cuore intero sul divano di Davide, dilaniata dal pensiero che lui non ha intenzione di raccogliere le briciole, stavolta.

 

 

POMERIGGIO DEL CAZZO IN METRO P1

munch

Macino rabbia, accumulo gomitoli di inestricabile frustrazione. Mangio questa rabbia a colazione,  pranzo e cena fino a riempire lo stomaco, fino a sentirlo pesante, una colata lavica di vomito bollente pronto a risalire in gola. Sono incazzata furiosamente col mondo, ai miei occhi ha contorni rosso sangue e il rumore nervoso di un ronzio di api arrabbiate dritte nel cervello, mi fa male la testa, cerco un silenzio siderale -che vuol dire, esiste?-, un cartello di cessata attività cerebrale.

Detesto tutti, nessuno escluso, e in metro -schiacciata tra corpi sudati e maleodoranti, aliti caldi e capelli- mastico la mia insoddisfazione come un chewing gum: ne ho abbastanza delle facce e delle forme e delle voci ne ho abbastanza delle pubblicità sui cartelloni alle fermate e del lavoro e della gente che urla al telefono perché non sente, dei ragazzini che ridono, sguaiati, di chi fa casino come i poveracci che suonano canzoni dimmerda con quegli strumenti strani -che cazzo sono?Mai capito- e chiedono i tuoi soldi con quell’espressione vuota ma insofferente, come la mia.

Non lo sputo questo chewing gum, anche se diventa mano a mano più amaro e sento la lingua secca, la bocca di piombo, che sa di ferro, non lo ingoio perché morirei, morirei soffocata, non posso sputarlo o cagarlo non posso niente. La rabbia mi pervade, mi occlude la vista, mi fa venire voglia di sparire ma non nel nulla, no, sparire nel peggiore dei modi, triturata da una pressa o investita o messa al rogo come una strega, dare spettacolo, sceneggiata, dimostrare che esisto, che soffro, cazzo!Urlarlo al mondo per fare in modo che per una manciata di secondi si interessi a me. 

 

Soffrire come cristo comanda, ecco cosa voglio, soffrire fuori soffiando via la  rabbia  da qualche orifizio, ne basta uno, voglio uno spiraglio. Voglio spurgare come una lumaca cosparsa di sale, voglio morire senza questa rabbia incrostata addosso, calcificata nelle ossa, riempimento di fegato e stomaco, almeno questo me lo devi dio del cazzo che non esisti e mi costringi a pensare certe cose. 

RAINY NOVEMBER

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Ed è quando piove che il grigio per strada diventa mio:
sono miei i marciapiedi e l’asfalto
sono mie le ringhiere dei balconi
sono mie le facciate brutte dei palazzi intorno,
mentre aspetto in piedi alla fermata del bus
qualcuno che mi porti altrove,
che rompa lo schema dei ricordi.

Perché quando piove vorrei essere lontano
e invece resto sempre così vicino
alle giornate sotto al piumone quando stavo con te
e la pioggia tingeva di grigio il cielo intero
ma io non la vedevo, la sentivo e basta
e al caldo delle tue braccia sorridevo

Come se avessi avuto l’arcobaleno in mezzo ai denti.

FUTILE

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Non essere mai una persona che si scansa, diceva mia Nonna.
Per lei era facile, quando era giovane erano gli altri a scansarsi per farla passare e non si è mai dovuta appiccicare con le spalle al muro per cercare di scomparire e scrollarsi gli sguardi di dosso. Non ha mai fatto da tappezzeria né è stata mai additata come sfigata, non sono nemmeno sicuro esistesse questa parola ai suoi tempi. 

Oggi se non ti scansi ti schiacciano, volevo risponderle, ma alla fine tacevo.

Alla Nonna non piaceva la gente senza spina dorsale eppure mi voleva bene, nonostante sapesse che scansarmi era il mio passatempo preferito: mi scansavo per strada, a scuola, talvolta senza nemmeno rendermene conto, fino a diventare invisibile. 
Avrei tanto voluto esserlo, così avrei finalmente camminato al centro del marciapiede invece che sul ciglio della strada.

La Nonna non poteva sapere quanto fosse difficile vivere e sopportare la gente, specie quando tutti si sentono dei giganti col diritto di schiacciarti come fossi uno scarafaggio. Un po’, in fondo, poteva immaginarlo, come quando tornavo a casa con un livido in più e mentivo dicendo di essere caduto in palestra. 
La Nonna non beveva le mie bugie ma in compenso si scolava un bicchiere di rosso ogni sera e quando diventava alticcia mi raccontava di come, ai suoi tempi, la vita era più bella: non faticavo a crederci e sapevo che le dispiaceva vedermi barcamenare ogni giorno in una vita che di bello aveva ben poco, così mi lanciava il suo monito.
Non essere mai una persona che si scansa.

A distanza di anni, Nonna è andata via da un pezzo e tante cose sono cambiate, tranne me.
Essere più alto e più forte non mi ha impedito di continuare a scansarmi. 

ASCOLTA CON ME: OH HIROSHIMA- HOLDING RIVERS

 

GIUSTO IL TEMPO DI UN CAFFÈ

Indosserò un cappotto dal taglio elegante e i bottoni grandi, di quelli che arrivano alla vita e si stringono appena all’altezza della cintura, per evidenziare i fianchi. Non sarà nero come al solito, giuro, punterò su un colore vivace e allegro, un colore che sfida l’inverno e le temperature rigide e afferma a gran voce che sto bene, che mi sento splendida splendente. Porterò i capelli sciolti lungo la schiena e saranno vaporosi, profumati, dalla piega ancora fresca; avrò indosso gli occhiali da sole e mi truccherò giusto un poco, un velo di ombretto e una passata di mascara per mettere in risalto gli occhi , perché ce li ho grandi e puliti e ho il sospetto che tu non li abbia davvero mai notati. 
Ah, ovviamente aggiungerò anche un tocco di blush sulle guance perché in caso dovessi arrossire, beh, non voglio che tu te ne accorga.

Sarò spiritosa, brillante, simpatica, ironica e nel tempo di un solo caffè ti farò conoscere la vera me, quella che non hai mai conosciuto e di cui ignori l’esistenza. Ordinerò un caffè macchiato e girerò una sigaretta di tabacco, guardandoti fisso negli occhi nel momento in cui passerò la lingua sulla colla della cartina e chissà se a quel punto arrossirai tu, al ricordo di quella stessa lingua che ti sfiora, esperta, dopo che tu stesso le hai insegnato come muoversi. 

Cercherò di parlare abbastanza ma non troppo, per non sembrare nervosa; nemmeno troppo poco però, perché non mi va che pensi la tua presenza mi intimidisca.  Sembra un discorso facile ma invece è difficile da mettere in pratica, d’altronde sono dieci anni che non ti vedo. 
Mi chiedo cosa penserai del mio cappotto giallo limone (ho deciso che sarà giallo limone, lo trovo un colore così solare), della luce del giorno che riempie  incredibilmente le mie iridi marrone scuro di riflessi verdi.  Cercherò di capire dai tuoi gesti cosa provi, cosa senti, ma tu sarai  enigmatico, sulle tue, riderai quando c’è da ridere solo per qualche secondo e poi tornerai serio, con le labbra imbronciate piegate all’ingiù. Girerai la tua sigaretta con gesti secchi e veloci, non vedrò nemmeno una punta di lingua.

Mi dirai che va tutto bene, che è tutto uguale, come se non fosse cambiato niente. Ti presenterai coi soliti jeans larghi, il giubbotto col cappuccio e la felpa sotto, che copre i tuoi discutibili tatuaggi. Sembrerai ancora un ragazzino ai miei occhi.
Prenderai un caffè nero senza zucchero, amarissimo, come facevi quando stavi con me. E, proprio come allora, non mi darai nemmeno la soddisfazione di vederti felice di rincontrarci, di sapere che sto bene, che sono ancora viva…niente di niente. Alla fine di un caffè durato troppo poco penserò che non meriti i miei occhi grandi né il mio cappotto allegro scelto per l’occasione, che dieci anni durano una vita ma sono pochi, troppo, per dimenticare come, per colpa tua, adesso devo vestire il mio cuore spezzato con un cappotto giallo limone. 

tnz