FINE.

Non mi ha mai capita, è questa l’amara verità con cui adesso mi trovo a scendere a patti. 

Ero io la scrittrice, quella che con l’ispirazione crea storie fantasiose, eppure eri sempre tu a costruire drammi mentali degni del premio Oscar: Oscar alla migliore pippa mentale senza copione, non scritta perché razionalmente parlando come la spieghi una sega a due mani al cervello, se non ricorrendo a un calendario zeppo di bestemmie?

Hai rovinato me, e te, per colpa di quel tuo cervello fatto di ingranaggi scricchiolanti e del tuo cuore rattrappito, che se solo avessi potuto gli avrei dato una stirata come facevo con le tue camicie e le lenzuola del letto che una volta era nostro e adesso chissà di chi è: dicevi che non avresti mai dimenticato il mio odore e invece scommetto che è svanito insieme a tutto il resto, che lo dimenticherai come hai dimenticato chi ero, chi sono, facendo affidamento su storie mai raccontate, coni d’ombra e specchi rotti dentro cui hai trovato un riflesso che non era mio, ma della tua ancestrale paura dell’amore. 
Eppure sei tu che mi hai scelta. Mi hai amata, così dicevi. 

Non si ama un fiore a cui stacchi i petali e sottrai la luce del sole, non mi hai mai capita quando stavo in disparte e scrivevo, scrivevo perché anche io dovevo evadere e trovare tuo riflesso sul cristallo invece che su un vetro sporco, attraversato dai graffi. Scrivevo pensando al raggio di sole che la tua ombra mi impediva di incontrare, perché la tua enorme sagoma grigia mi soffocava e io fingevo fosse la stanchezza, minimizzavo, e invece stavo sfiorendo. 

Sono sfiorita diventando brutta, tu mi hai lasciata. Nessun colpo di scena, tutto nella norma. Non ci sono mai state le montagne russe, le desideravi così tanto e neanche ti piacevano, e invece abbiamo vinto l’Oscar per la trama banale e il finale già visto. Valigia, scatoloni, lacrime che lasciano il tempo che trovano, voltare pagina senza poter più rileggere l’inizio del libro, pazienza, il tempo porterà la polvere sui ricordi e su di noi. Non resterà nulla, forse perché nulla è stato.

Spero troverai qualcuna che sia brava a masturbarti il cervello, e magari ti stiri il cuore come le camicie. 

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POMERIGGIO DEL CAZZO IN METRO P1

munch

Macino rabbia, accumulo gomitoli di inestricabile frustrazione. Mangio questa rabbia a colazione,  pranzo e cena fino a riempire lo stomaco, fino a sentirlo pesante, una colata lavica di vomito bollente pronto a risalire in gola. Sono incazzata furiosamente col mondo, ai miei occhi ha contorni rosso sangue e il rumore nervoso di un ronzio di api arrabbiate dritte nel cervello, mi fa male la testa, cerco un silenzio siderale -che vuol dire, esiste?-, un cartello di cessata attività cerebrale.

Detesto tutti, nessuno escluso, e in metro -schiacciata tra corpi sudati e maleodoranti, aliti caldi e capelli- mastico la mia insoddisfazione come un chewing gum: ne ho abbastanza delle facce e delle forme e delle voci ne ho abbastanza delle pubblicità sui cartelloni alle fermate e del lavoro e della gente che urla al telefono perché non sente, dei ragazzini che ridono, sguaiati, di chi fa casino come i poveracci che suonano canzoni dimmerda con quegli strumenti strani -che cazzo sono?Mai capito- e chiedono i tuoi soldi con quell’espressione vuota ma insofferente, come la mia.

Non lo sputo questo chewing gum, anche se diventa mano a mano più amaro e sento la lingua secca, la bocca di piombo, che sa di ferro, non lo ingoio perché morirei, morirei soffocata, non posso sputarlo o cagarlo non posso niente. La rabbia mi pervade, mi occlude la vista, mi fa venire voglia di sparire ma non nel nulla, no, sparire nel peggiore dei modi, triturata da una pressa o investita o messa al rogo come una strega, dare spettacolo, sceneggiata, dimostrare che esisto, che soffro, cazzo!Urlarlo al mondo per fare in modo che per una manciata di secondi si interessi a me. 

 

Soffrire come cristo comanda, ecco cosa voglio, soffrire fuori soffiando via la  rabbia  da qualche orifizio, ne basta uno, voglio uno spiraglio. Voglio spurgare come una lumaca cosparsa di sale, voglio morire senza questa rabbia incrostata addosso, calcificata nelle ossa, riempimento di fegato e stomaco, almeno questo me lo devi dio del cazzo che non esisti e mi costringi a pensare certe cose.